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© 2018 "Gioia Piena" Festival dei Giovani

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"Questo festival era nei miei sogni"

May 17, 2017

 

Che cosa c'entra questa storia con il festival "Gioia Piena"? In quella missione, su una panchina, mi sono seduto "per caso" accanto a Don Donato. Da tempo avevo un desiderio grande: poter vedere quei ragazzi, a cui avrei dato tutto e per cui avrei fatto di tutto, felici.

 

Ma una felicità che non è l'usa e getta del mondo, non è vivere collezionando figurine da attaccare all'album dei "sei stato bravo, sei il migliore", e non è neanche far finta che vada tutto bene quando dentro vorresti piangere.

 

Ma la felicità di chi si vuole bene davvero, di chi si abbraccia senza vergogna, si ascolta, ciascuno con i propri casini e i propri talenti. Su quella panchina ho raccontato a Don Donato il sogno di una casa, un centro, una struttura, in cui i ragazzi potessero vivere insieme così, pregando e divertendosi, perché Dio non è uno noioso che se ne sta su una nuvoletta a controllare il mondo, ma ti lancia la sfida di essere felice, e vuole vedere se ci credi davvero che è figo essere cristiani!

 

Immaginate tanti giovani insieme, che provano a vivere e non a "sopravvivere", che vanno a messa e meditano il vangelo insieme, vanno a ballare, si fanno la partita a calcio e la sera vanno al cinema, che pregano insieme, suonano e cantano insieme, che sono felici insieme.

 

Ho raccontato tutto questo a Don Donato, come se non fosse roba mia, come se Qualcuno me lo avesse messo nel cuore prima ancora che io me ne accorgessi. 

 

Donato mi ha guardato, e commosso mi ha detto: "Anche io ho avuto la tua stessa intuizione, lo stesso sogno. Però, se non fosse una casa ma un'intera comunità, un intero paese? Preghiamoci, e se è volontà di Dio, che si realizzi."

 

Ecco, credo che alla fine questo fosse proprio un sogno di Dio: un sogno grande, messo nel nostro cuore, piano piano, fino a condividerlo e a provare a realizzarlo.

 

Provarci, come ha fatto Don Donato con la comunità di Petrella Tifernina, anche correndo il rischio di sbagliare o di non farcela. Perché, come mi ha detto una volta un amico:  "Una cosa che non vale il rischio di un fallimento, non vale niente!"

 

È nell'estate del 2015, durante una missione di strada a Riccione (un'esperienza dove i ragazzi, in coppia, incontrano altri ragazzi fuori dai locali, nelle discoteche, nei pub, sulle spiagge, nelle zone calde nel cuore della notte) che si è riacceso in me un fuoco che ancora oggi non riesco a spegnere.

 

Ho frequentato fin da ragazzino l'oratorio, facendo l'animatore con quella sana incoscienza da adolescente, vivendo il Grest per anni. Così mi sono appassionato sempre di più alle attività con i ragazzi, a stare con loro, ad ascoltare i loro problemi e loro sogni, perché in fondo sono un po' anche i miei!

 

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